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« Con il «Digital Omnibus», l’UE voleva snellire la propria complessa regolamentazione digitale, ma finora ha fallito a causa della resistenza politica. Il caso dimostra quanto sia difficile smantellare le norme una volta create. Per la Svizzera, questo è un monito a una maggiore moderazione normativa. »

Angela Anthamatten, David Stauffacher

Regolamentazione digitale eccessiva: spesso, meno è meglio

30.08.2026

A colpo d'occhio

Con il «Digital Omnibus», l’UE voleva snellire la propria complessa regolamentazione digitale, ma finora ha fallito a causa della resistenza politica. Il caso dimostra quanto sia difficile smantellare le norme una volta create. Per la Svizzera, questo è un monito a una maggiore moderazione normativa.

Un decennio fa l’UE ha plasmato le regole del mondo digitale e numerosi paesi in tutto il mondo hanno seguito il suo esempio. Il Regolamento generale sulla protezione dei dati (RGPD/GDPR) è stato replicato dalla California alla Thailandia. Il cosiddetto «effetto Bruxelles» era considerato la prova che, sebbene l’Europa non producesse grandi gruppi tecnologici, ne plasmava comunque le regole dello spazio digitale.

L’entusiasmo si è presto raffreddato. Il Digital Services Act, il Data Act e la legge sull’IA hanno incontrato riserve a livello internazionale e anche all’interno dell’UE cresce il malcontento per il timore che si sia esagerato con la regolamentazione digitale. Il rapporto Draghi ha sintetizzato il concetto: il continente sta perdendo terreno nella corsa all’innovazione, anche a causa del proprio quadro normativo.

È proprio qui che l’«Omnibus digitale» avrebbe dovuto semplificare la protezione dei dati, la sicurezza informatica, l’utilizzo dei dati e le norme sull’IA. Il percorso, tuttavia, è irto di ostacoli. La resistenza da parte della politica e della società civile ha rapidamente indebolito il pacchetto. Le semplificazioni sono state ritirate o annacquate. I restanti progetti di alleggerimento rimangono controversi. Ciò che è rimasto è soprattutto il rinvio di singoli obblighi in materia di IA al 2027 e al 2028. Per l’economia, il compromesso raggiunto finora non comporta quindi alcun alleggerimento tangibile.

Il messaggio chiave per la Svizzera è quindi chiaro.

La regolamentazione nello spazio digitale si costruisce rapidamente. Smantellarla successivamente risulta molto più difficile. Ogni norma crea i propri gruppi di interesse, i propri organismi di vigilanza e i propri difensori politici. Chi vuole abolire una norma non combatte contro una legge, ma contro un intero ecosistema. Non è facile liberarsi degli spiriti che si sono evocati.

La situazione di partenza della Svizzera è buona. Il nostro Paese dispone di un quadro giuridico relativamente snello, tecnologicamente neutro e basato sul rischio. Ciononostante, anche qui vengono regolarmente richieste nuove leggi speciali in ambito digitale: ad esempio per l’intelligenza artificiale, facoltà di accesso da parte dello Stato o la sovranità digitale. In questi casi, occorre sempre chiarire innanzitutto quale problema concreto si intende risolvere e se i benefici giustificano lo sforzo.

Per la Svizzera ciò implica due cose. In primo luogo, le normative digitali europee non dovrebbero essere recepite d’istinto, tanto più che la stessa UE sta attualmente correggendone alcune parti. La regolamentazione digitale non fa parte né degli attuali pacchetti di accordi bilaterali né degli Accordi bilaterali III. Di conseguenza, non vi è motivo di adottare tali disposizioni in un’ottica di ossequiosa anticipazione. In secondo luogo, ogni nuova norma nazionale in ambito digitale dovrebbe essere esaminata con la stessa attenzione con cui un giorno si dovrebbe provvedere a smantellarla. Chi prende sul serio il dibattito sull’Omnibus digitale, la prossima volta terrà la penna normativa nel cassetto un po’ più a lungo.

La politica digitale più saggia è perciò quella che non crea fin dall’inizio una densità normativa tale da rendere necessario, in seguito, l’adozione di un «Omnibus» per ridurla.

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