

Il Giappone come monito: invecchiamento, povertà e spopolamento
02.06.2026
A colpo d'occhio
- Da 30 anni il Giappone deve fare i conti con una popolazione attiva in calo.
- Da allora, la crescita economica è stata modesta e si osserva uno spopolamento delle regioni rurali.
- L'esempio del Giappone funge da monito per la Svizzera in vista di una politica di immigrazione rigida.
Il 14 giugno 2026, gli l’elettorato svizzero si pronuncerà sull'opportunità di inserire nella Costituzione un tetto massimo rigido di 10 milioni di abitanti. I sondaggi indicano che l'iniziativa dovrebbe riscuotere ampio consenso, soprattutto nelle zone rurali. Molti cittadini ritengono che l'immigrazione e la conseguente crescita demografica siano troppo elevate e troppo rapide. Il tetto massimo viene propagandato come una soluzione semplice per contrastare questo sviluppo. «Preserviamo ciò che amiamo», recita lo slogan dei sostenitori di un tetto massimo rigido. Ma questa pretesa regge alla prova dei fatti? È possibile preservare il benessere, l’approvvigionamento capillare e il dinamismo economico in una popolazione sempre più anziana e perseguire al contempo una limitazione rigida della migrazione, come previsto dalla Costituzione una volta raggiunto il tetto massimo? Nell’attuale dibattito vale la pena dare uno sguardo al Giappone.
Una popolazione attiva in calo e un aumento del benessere quasi inesistente
Il Giappone ha una delle popolazioni più anziane al mondo. Da quasi trent’anni, il numero delle persone in età lavorativa, tra i 15 e i 64 anni, è in calo. Una conseguenza di questa sfida demografica è chiaramente visibile nell’andamento del prodotto interno lordo (PIL) reale pro capite. A partire dal 1970, il Giappone è riuscito a recuperare terreno in termini di benessere rispetto ad altre nazioni industrializzate. A metà degli anni '90, il Paese registrava un PIL pro capite simile a quello di Germania, Paesi Bassi o Svezia. Da quel momento, però, la situazione è cambiata. Mentre la popolazione in età lavorativa nei Paesi europei continuava a crescere, in Giappone ha iniziato a diminuire. Gli effetti sull'andamento del benessere sono evidenti: dal 1996 i tedeschi hanno aumentato il loro PIL pro capite del 37% al netto dell'inflazione, gli olandesi e gli svedesi addirittura di circa il 50%. I guadagni in termini di benessere del Giappone sono stati nettamente inferiori, attestandosi al 20%. Con il calo della popolazione attiva, per il Giappone non è stato più possibile tenere il passo con gli altri paesi.
Le zone rurali del Giappone si stanno spopolando sempre di più
Dalla metà degli anni '90, la popolazione attiva giapponese è in calo, mentre la popolazione totale è rimasta pressoché costante. Da allora la crescita economica è stata modesta. Ma questa è solo una delle conseguenze dell'invecchiamento demografico. Un altro effetto emerge osservando la distribuzione della popolazione tra le aree rurali e quelle urbane. Fino alla metà degli anni '90, la popolazione totale cresceva all'incirca allo stesso ritmo della popolazione in età lavorativa. La popolazione nelle città aumentava continuamente, mentre quella nelle campagne rimaneva sostanzialmente costante. Tuttavia, da quando la popolazione in età lavorativa è in calo, si osserva un massiccio spopolamento delle aree rurali. Dal 1996, la popolazione rurale si è ridotta del 63%. In termini assoluti, il numero di persone nelle zone rurali è sceso da oltre 27 milioni a soli 10 milioni circa.
Insegnamenti per la Svizzera
L'esempio del Giappone mette in luce due aspetti. In primo luogo: un Paese in cui la popolazione attiva è in calo e tale diminuzione non può essere compensata dall'immigrazione a causa di una politica migratoria restrittiva, subirà una perdita di benessere nel medio termine. In secondo luogo: con una popolazione attiva in calo diventa sempre più difficile mantenere l’approvvigionamento di beni e, soprattutto, di servizi nelle zone rurali. Semplicemente, manca la manodopera necessaria.
La gente è costretta a trasferirsi in zone più urbane, perché lì i servizi sono ancora garantiti. Ogni partenza aggrava ulteriormente il circolo vizioso: meno persone, meno servizi. Ciò che rimane sono zone rurali spopolate. Villaggi un tempo vivaci si trasformano in agglomerati di casette abbandonate. Ristoranti, negozi, scuole e ospedali sono chiusi.
In vista del voto su un tetto demografico rigido, il Giappone ci mostra quale direzione potrebbe prendere la situazione già da qui a poco. Anche in Svizzera la popolazione attiva sul territorio nazionale è in calo. E per riuscire a mantenere la soglia dei 10 milioni, ben presto saranno necessarie restrizioni massicce all’immigrazione. La domanda sorge spontanea: con il tetto demografico possiamo davvero «preservare ciò che amiamo», o ne stiamo invece avviando il lento declino?
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