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« Una politica climatica svizzera che favorisce la povertà non è un modello da seguire, ma un esempio da evitare. »

Conferenza mondiale sui cambiamenti climatici: «COP, la sfida è lanciata»

07.11.2025

A colpo d'occhio

  • A Belém la diplomazia climatica si riunisce per negoziare la prosecuzione dell’attuazione dell’Accordo di Parigi sul clima.
  • Le contrapposizioni si acuiscono: tra Paesi in via di sviluppo e Paesi industrializzati, tra Stato e settore privato, ma anche più in generale tra ambizione e realtà.
  • Senza una svolta significativa, il percorso verso gli obiettivi climatici rimane difficile.

L’Accordo di Parigi sul clima può a pieno titolo essere definito un capolavoro diplomatico. Riunire 195 Paesi con interessi talvolta diametralmente opposti attorno a un obiettivo ambizioso non è una passeggiata domenicale, ma una grande scommessa. Fin dall’inizio era chiaro che il percorso verso l’obiettivo sarebbe stato complesso. Tra i maggiori emettitori, la Cina (34% delle emissioni globali) punta a diventare neutrale da un punto di vista climatico entro il 2060, l’India (7,6%) entro il 2070. Gli Stati Uniti (12%) sono da anni sempre a una sola elezione presidenziale da un completo cambio di rotta. Solo l’UE (6,4%) ha finora cercato di assumere un ruolo di leadership nella politica climatica. La Svizzera, con le sue emissioni relativamente contenute, figura anch’essa tra i front-runner. Le emissioni totali di gas serra nel Paese sono circa il 26% inferiori ai livelli del 1990, nonostante un aumento del reddito reale del 35% e due milioni di abitanti in più. L’industria svizzera ha quasi dimezzato le proprie emissioni dal 1990, raddoppiando al contempo il proprio valore aggiunto. Le sfide restano comunque enormi. Per raggiungere l’obiettivo intermedio di una riduzione del 50% entro il 2030, la Svizzera dovrà risparmiare nei prossimi cinque anni almeno tante emissioni quante ne ha ridotte negli ultimi 35 anni.

Nel frattempo, nei negoziati della COP emergono crepe, contraddizioni e la pura complessità dell’impresa. Lo scorso anno sono state fissate regole comuni per i mercati del carbonio, ma, secondo le aziende, l’attuazione procede ancora troppo lentamente. Continua a mancare una data vincolante per l’uscita dai combustibili fossili, ostacolata deliberatamente da alcuni Stati. I conflitti sul finanziamento tra Paesi in via di sviluppo e Stati industrializzati, così come tra Stato e settore privato, offuscano l’obiettivo comune. Con il ritiro degli Stati Uniti, si è inoltre aperta una voragine di miliardi nel finanziamento climatico globale, che dovrebbe ammontare a circa 1.300.000.000.000 di dollari all’anno. Gli Stati membri dell’UE hanno lottato fino all’ultimo momento per raggiungere un compromesso sui nuovi obiettivi climatici. Finora, meno della metà di tutti i Paesi firmatari, tra cui la Svizzera, ha presentato obiettivi per la COP30 e le emissioni globali continuano a crescere in modo costante.

Questi sviluppi non sono incoraggianti. Sembra evidente che la diplomazia climatica a Belém abbia bisogno di una scossa e, nel migliore dei casi, di una svolta decisiva. Va risolto in particolare il tradeoff tra protezione del clima e attrattività economica del Paese. Un’energia conveniente, pulita e sicura è la premessa per la crescita economica e il benessere. Il benessere, a sua volta, consente investimenti nella protezione del clima e attenua i conflitti distributivi. Ciò vale non solo per i Paesi industrializzati, ma soprattutto per i Paesi emergenti e in via di sviluppo, il cui fabbisogno energetico continua a crescere senza sosta. Una politica climatica che favorisce la povertà non rappresenta per loro un modello da seguire ma un esempio da evitare. Se la comunità internazionale vuole sostenere nuovamente con convinzione l’Accordo di Parigi, è necessario offrire a tutti i Paesi una prospettiva credibile. Solo così miglioreranno anche le probabilità di successo dei negoziati.

 

Questo testo è stato pubblicato per la prima volta il 7 novembre 2025 sul Tages-Anzeiger.

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